|
La Pietra Parcellara, fra le colline piacentine, è
uno di quei capricci geologici che movimentano un po' la monotonia
dell'Appennino. In questo senso è simile alla Pietra
di Bismantova, alle penne di San Leo e San Marino, ai Sassi
di Rocca Malatina. È una cuspide scabra e repulsiva
che affiora da un'armonia di colline verdi e intensamente
lavorate. Sembra quasi estromessa con violenza dalle profondità
del pianeta. Gli esperti chiamano serpentinite la sua scura
roccia. In effetti essa proviene dal mantello interno della
Terra e ha dato luogo a tutta una serie di superstizioni che
il piccolo oratorio della Perduca, posto nelle vicinanze della
Pietra, ha cercato nei secoli di esorcizzare. Di suo, la costruzione
non ha nulla di notevole, ma è il contesto a creare
una profonda suggestione: le poche e resistenti pianticelle
che mettono radici fra le pietre, il senso di desolazione
ma anche di dominio rispetto al lontano orizzonte, il silenzio
e la rispettosa lontananza degli abitati, il volo lento e
maestoso di qualche grosso rapace. Vicino alla chiesuola,
dedicata a Sant'Anna e da non confondere con un'altra, collocata
sul versante sud della Pietra, si trovano incavate nella roccia
delle vasche rettangolari, abitate dai tritoni. Non se ne
sono mai viste così altrove. I contadini le hanno chiamate
'letti dei santi', perché giustamente pensano che fra
un miracolo e l'altro anch'essi abbiano bisogno di un po'
di riposo; altri credono si tratti di contenitori per l'acqua
piovana. Ma a quale scopo? Forse la riserva vitale di insediamenti
primitivi che per motivi di difesa prediligevano le vette
ai fondovalle.
COME ARRIVARE. In auto
da Piacenza a Travo lungo la statale 45 'della Val Trebbia';
quindi, per secondarie, a Caverzago, a Vei e a Montà;
da quest'ultimo villaggio si continua a piedi per 10 minuti
fino all'oratorio della Perduca (547 metri).
|